Tratto dal libro “BUONO COME IL PANE” scritto da Dino B. Bergaglio, ne riporto un capitolo sull’allevamento del baco da seta.

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A ridosso del secondo dopoguerra, (…) in molti altri paesi del circondario, si esercitava largamente la bachicultura, una pratica importante, che consentiva di integrare il reddito di campagna. Direttamente collegata all’allevamento del baco da seta era la cura e la coltivazione del gelso, elemento indispensabile ed essenziale per poter alimentare le larve del lepidottero dalla nascita alla chiusura del bozzolo. (…) Ogni regione seguiva un proprio sistema nelle tecniche di allevamento, che aveva inizio con la messa a dimora delle piante di gelso le cui foglie costituivano l’unico nutrimento del prezioso insetto biancastro, allo stato larvale, da cui si ricavava la seta dal bozzolo. I gelsi erano piantati, di regola, ai confini di appezzamenti di campi per delimitarne il limite delle proprietà o in prossimità delle case coloniche dove veniva praticato l’allevamento. Nel concentrico del paese o delle città, in molti cortili erano piantati i gelsi, in modo da avere a portata di mano e in casi urgenti la foglia necessaria a non lasciare scoperti eventuali intervalli tra una soministrazione e l’altra per cause di forza maggiore. Particolarmente indicati a tale scopo erano i gelsi bianchi, a differenza dei gelsi neri che servivano prevalentemente alla raccolta delle “more da gelso” per ricavarne confetture. (…) Già a dicembre, inserzioni pubblicitarie sui giornali locali invitavano i potenziali aquirenti a prenotare i semi dei bachi per la fornitura primaverile, avvertendo che le richieste dovevano pervenire agli agenti preposti alla negoziazione, previo versamento di 2 lire per oncia, da regolarizzare all’atto della consegna della merce. Nei primi giorni di aprile si procedeva così al ritiro delle uova prenotate o all’acquisto di quelle non prenotate, se disponibili, la cui consegna avveniva con involucri di carta grezza in cui erano custoditi i “semi dei bachi”. Ogni piccola “industria” domestica era regolata dalla consistenza numerica dei componenti della famiglia, dalla possibilità dei rifornimenti della foglia del gelso e dai locali disponibili per le varie operazioni di allevamento. Una bustina di semi conteneva circa 40.000-60.000 uova, per un peso di 28,3495 grammi, pari ad un’oncia, ed era compito delle donne custodirle tra i semi, in appositi sacchetti di tela appesi al collo. (…) All’inizio di maggio iniziavano a schiudersi le microscopiche uova nerastre. Intanto si era preparata la camera dove si sarebbe allestito tutto il ciclo di allevamento. Il locale doveva essere arieggiato e non subire bruschi cambiamenti di temperatura. In molti casi veniva utilizzato un angolo della cucina o della camera da letto e, se occorreva, sulla porta di queste stanze era sistematsa una coperta di lana riparatrice degli spifferi. Schiuse le uova, i filugelli erano posti in un piccolo paniere con dei fili di erba, chiamata “coda di topo”, per nutrimento, avendo cura di tenerli sempre al caldo. Passata una settimana, ai piccoli bachi venivano somministrate foglie di gelso tagliate finemente e trasferite su dei graticci o stuoie di legno, i cosidetti castelli, coperte con della apposita carta blu pulita. Data la crescita rapidissima e la voracità dell’insetto, con il passare dei giorni occorreva sempre più foglia di gelso, distribuendola mattino e sera senza più essere tagliata finemente. Avendo cura che le foglie di gelso fossero perfettamente asciutte, si procedeva alla loro raccolta manuale salendo sugli alberi, lasciando intatta la cima dei rami e cercando di non piegarli e rovinarli per non portare la pianta ad un rapido deperimento. Il baco, in poche settimane, si sviluppa velocemente compiendo diverse mute, interallate ognuna da un giorno di riposo. Ogni volta che avveniva la muta bisognava procedere alla sostituzione della carta blu, sporca e impiastricciata, eliminando eventuali bachi ingialliti e morti, (…) che non salivano al bosco e non costruivano il bozzolo, morendo in breve tempo ed emanando un lezzo nauseabondo, costringendo chi era addetto alla cura dei telai ad allontanarli velocemente per non compromettere e contagiare quelli sani. Raggiunta una lunghezza di 6/9 centimentri, il baco era diventato ormai maturo per tessere il bozzolo. A fine giugno era giunto dunque il momento di preparare il “bosco”, specie di siepe artificiale, usando rami di erica o di ginestra da posizionare tra una stoia e l’altra. Ultimato il bosco e sistemate nei “letti” puliti le larve con abbondante foglia di gelso nuova si lasciavano tranquille a brucare e, trascorsi due o tre giorni, iniziabano a salire sui rami del loro bosco. Iniziava così la filatura della bava emessa dalla bocca di quelle testoline nere, che giravano in continuazione su sè stesse richiudendosi in quei preziosi ovetti giallo dorati o bianchi. (…) In un periodo variabile dai tre ai quattro giorni, i bozzoli erano completati e, al loro interno, i bruchi si erano trasformati in crisalidi con la successiva fuoriuscita delle farfalle per iniziare un nuovo ciclo riproduttivo. Questo processo avrebbe provocato il deterioramento dei bozzoli, i quali non sarebbero stati più commerciabili o avrebbero subito un sensibile deprezzamento. Per interrompere questa trasformazione si procedeva alla loro bollitura, seguita dall’essiccamento, operazione a cui provvedevano le filande e non le famiglie contadine.