In occasione dell’evento “La Torre di Carta”, la fiera del libro e degli illustratori organizzata dal Comune di Novi, ieri sera all’ora di cena, era in programma la visita ai cosiddetti “sotterranei del Castello di Novi”. Sarebbe meglio definirli come: l’antico acquedotto. La partenza è da Piazza Dellepiane, poi si imbocca Salita Ravazzano Santo e dopo cinquanta metri si entra. Inizia il viaggio alla sola luce artificiale.

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I sotterranei di Novi, gallerie  utilizzate a partire dal 1820 come acquedotto civico. Si snodano sotto la collina del castello e proseguono in direzione Gavi – Monterotondo, fino a raggiungere una sorgente a cielo aperto che alimentava questo antico acquedotto e che si trovava in strada Monterotondo, nei terreni di pertinenza della Villa Minetta.

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Sotto la collina del castello, due grandi cisterne, una più antica di forma circolare ed una realizzata nell’Ottocento a forma di Z scomposta, raccoglievano l’acqua della sorgente che ripartiva dentro grossi tubi metallici e correndo sotto le gallerie raggiungeva tutte le fontane e fontanelle pubbliche dell’antico concentrico, fino al convento dei Cappuccini che si trovava sulla strada per Alessandria (oggi Viale Saffi).

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Cosa fossero queste gallerie prima che il Conte Raggio le trasformasse in condotte dell’acqua non si sa con certezza: un’ipotesi affascinante è quella di un utilizzo militare delle stesse, come era costume difensivo del XVII secolo.

Nel corso del Seicento, Novi subì vari assedi, essendo coinvolta nelle guerre di successione austriache: i Savoia, che avevano portato la capitale del loro regno a Torino, ambivano ottenere, anche attraverso il possesso di Novi, uno sbocco al mare con la successiva conquista di Genova. Carlo Emanuele I si alleò con la Francia e marciò su Genova passando per Novi e occupandola; 400 novesi si radunarono al convento dei Cappuccini ed entrarono nella città assediata attraverso un condotto: il combattimento che seguì fu favorevole ai Novesi e determinò la resa dei Savoiardi. Era il 1625 e le nostre gallerie, evidentemente, esistevano già, avendo permesso l’ingresso in città dei 400 soldati…

Un altro accenno alla rete di gallerie sotterranee tra loro comunicanti, si ha in un documento militare redatto dal generale Maillebois, incaricato dalla Repubblica di Genova di migliorare le difese della città di Novi: è il 1745 e nuovamente i Savoia cercarono di occupare la città, questa volta alleandosi con l’Austria, mentre Genova si avvaleva dell’appoggio di Francia e Spagna. Il generale Maillebois, tra i vari suggerimenti per aumentare la difesa della città, consigliò di far chiudere quel condotto presso la Porta di Alessandria (detta “dei Cappuccini”) che avrebbe potuto permettere l’ingresso fraudolento in città da parte dei nemici: “Il y a aussi à cette porte un aqueduc par lequel on pourroit se glisser dans la ville; il faut le fermer d’une double grille, l’une dedans, l’autre en dehors”.

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Il reticolo sotterraneo, dunque, probabilmente esisteva ed era utilizzato dai militari per potersi muovere liberamente fra il castello, i palazzi dei nobili e le mura difensive senza essere visti o intercettati, garantendosi vie di fuga e di comunicazione all’esterno della città in caso di assedio.

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Era forse più antico il labirinto sotterraneo? Non si può escludere.
Lungo la conduttura che collega la sorgente con la cisterna circolare posta, non a caso, proprio sotto la torre medioevale, sono stati rinvenuti dei raccordi di pietra squadrati che servivano a collegare porzioni di tubi d’argilla che formavano le prime condutture per l’acqua, alcuni tratti delle quali sono sopravvissute agli interventi ottocenteschi.
E’ plausibile ipotizzare che si trattasse di una struttura atta a garantire una riserva d’acqua al castello e ai suoi abitanti, specialmente nel periodo in cui la Repubblica di Genova era entrata in possesso di Novi ed aveva molto potenziato il castello e obbligato il signore di Novi, il Doge Campofregoso, ad abitare stabilmente nel maniero.

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E qui si colloca la vicenda di Madonna Orriga, cui si accennava all’inizio: gli abitanti di Nove mal sopportavano la signoria dei Fregoso a loro imposta dai Visconti prima e dalla Repubblica successivamente; essi governavano la città solo nell’interesse personale, sfruttandone abitanti e risorse, imponendo balzelli utili solo al rafforzamento delle prerogative della famiglia. Ulteriore testimonianza di quanto invisa fosse la famiglia Fregoso ai novesi, è riscontrabile nello sfregio apposto al volto di un’altra Signora della città, Oriana di Campofregoso, ritratta nell’affresco di Manfredino Boxilio che si trova nell’abside sinistra della chiesa della Pieve.

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Dice il Trucco nel suo Antiche famiglie novesi : “…la Serenissima, tiranneggiata a sua volta dai Fregoso o Campofregoso, ne versò tale sua tirannia anche su Novi, onde ebbe questa a soffrirne forse gli anni più dolorosi della sua storia”.

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Poiché le leggende affondano sempre le loro origini in fatti storici, chissà che lo spirito inquieto di qualche amante trucidato, ancora non vaghi nelle lunghe gallerie sotto la collina del castello?

[Testo a cura di Innovando – IAT Novi Ligure]