Tra qualche giorno, più precisamente sabato 7 luglio 2108, alle ore 10.30 presso Piazza Repubblica a Novi Ligure, si terrà una Cerimonia di commemorazione per le vittime del bombardamento su Novi Ligure avvenuto l’8 luglio 1944, con deposizione di una corona presso la lapide in piazza Repubblica.
In collaborazione con l’istituto superiore Ciampini Boccardo, con il coordinamento del prof. Fernando Robino

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Ecco, in questo caso occorre fare qualche passo indietro negli anni, a ritroso nella storia della città di Novi Ligure. Precisamente al tempo della Guerra, negli anni ’40. Per capire il clima in allora.

Il suono delle sirene d’ allarme antiaereo si diffuse nell’aria di Novi già alla sera del 10 giugno 1940, a poche ore, quindi, dalla dichiarazione di guerra. Si trattava di una prova, poiché non passarono aerei nemici, ma tanto bastò per creare apprensione e a diffondere voci, presagi catastrofici e severi ammonimenti.
Poi, verso la mezzanotte del 13 giugno, l’allarme vero. Tre aerei francesi del tipo Le.O. 451 tentarono di colpire il locale aeroporto militare. L’emozione fra la popolazione fu forte, gli animi erano accesi, e la Milizia controaerei, con le sue modeste mitragliatrici, colorò il cielo con migliaia di proiettili traccianti. Sotto, nel buio totale imposto dall’oscuramento, negli improvvisati ricoveri i giovani trepidavano, non stavano nella pelle, mentre i più anziani invece pregavano. I danni furono lievi, solo due o tre ordigni colpirono la pista aeroportuale senza esplodere. I rapporti delle autorità fasciste insistettero sul «… fiero contegno della popolazione novese…». La notte tra il 15 e il 16 giugno altro allarme: i francesi tornarono per bombardare lo scalo ferroviario di San Bovo, ma non ci riuscirono. Paura tanta, danni lievi, nessun ferito.
Per Novi Ligure non ci sarebbero stati bombardamenti fino a tutto il 1943, ma moltissimi allarmi aerei. Gli aerei inglesi infatti, sorvolando la pianura diretti a Torino o a Genova, facevano scattare l’allarme antiaereo, diffuso per precauzione dalle autorità militari. La gente doveva chiudere luce e gas, raccogliere i pochi beni trasportabili (in genere una coperta, qualche oggetto di valore e la preziosissima tessera del pane) e dirigersi verso i rifugi, possibilmente con ordine. In realtà molte persone presero l’abitudine di snobbare i rifugi, forse per fatalismo, e tanti altri non disponendo affatto di un riparo valido, preferivano dirigersi in aperta campagna, ritenuta più sicura perché lontana da obiettivi militari. Quelli che si recavano nei rifugi si trascinavano spinti dal panico, dal disagio di dover abbandonare casa e lavoro, spesso di notte. Lì dentro, fioccavano le maledizioni, i mugugni contro il regime, le profezie funeste. Una delle strutture di difesa più frequentata a Novi era quella allestita nelle viscere della piazza della Stazione, che poteva ospitare 150 persone. Analoga la capienza di quella che si trovava presso l’asilo infantile, nei giardini pubblici.
Inesorabile, il rullo della guerra travolse le nostre forze armate in Africa, Grecia, Russia, nei mari più lontani. Alla data dell’ armistizio dell’8 settembre, l’Italia – come potenza combattente – era ormai uscita di scena, e in più si trovava spaccata in due. Al sud gli angloamericani, al nord i tedeschi, disperatamente decisi a resistere. Per spezzare le loro velleità, le forze aeree alleate intensificarono le azioni di bombardamento su tutto il territorio del nord Italia, insistendo particolarmente sulle vie di comunicazione.
Preceduti da un lancio di volantini, il 4 giugno 1944, aerei americani del tipo Marauders si presentarono nel cielo di Novi. Obiettivo lo scalo di San Bovo. Per 8 minuti una pioggia di bombe devastò i binari, i vagoni, gli impianti. Per un vero miracolo non ci furono morti, ma ingenti danni, e i militari tedeschi si attivarono subito per farne la conta. Immediati e precisi, gli operai dell’ Organizzazione Todt, rimossero macerie e carcasse bruciate. I vecchi ferrovieri ricordavano un locomotore da 77 tonnellate sollevato dalle esplosioni e sbattuto svariati metri più in là. I danni del 4 giugno non furono però nulla a confronto della catastrofe scatenata l’ 8 luglio dello stesso anno.
Era sabato. Alle 10 e 20, come tutte le mattine, una lunga coda di donne aspettava davanti alla latteria di via Paolo Giacometti. In una mano la tessera annonaria, nell’altra il bambino più piccolo. Donne del popolo, mogli di operai, signore anziane vestite di scuro, ragazzine con abiti modesti e la borsa della spesa semivuota. Attendevano la poca dose di latte che spettava per legge. C’era caldo sulla piazza della Stazione. C’era molta gente, genovesi in cerca di farina e patate, uomini con ceste, valigie, pacchetti. Non ci fu nessun allarme, nessuna sirena. Solo un breve silenzio, per trattenere il fiato. Poi tutti udirono il rombo degli aerei, il fischio degli ordigni. Troppo tardi.
Le bombe americane fecero scempio della piazza, delle vie adiacenti. Duecentosedici furono i morti, centinaia i feriti. Della fila di donne e bambini non rimase più nulla, solo corpi disarticolati, urla di terrore, sangue e rovine. Furono centrati l’Albergo Reale, il Viaggiatori, l’Hotel Novi, il Leon d’Oro, il palazzo Pernigotti, la sede dei telefoni e quella dei tram, oltre a decine di edifici privati. Novi Ligure quel giorno cambiò volto per sempre. I corpi, ciò che ne restava, furono composti presso l’ospedale San Giacomo, già saturo di feriti e mutilati. Si dice che tutto il personale sanitario si sia prodigato per tre giorni e tre notti salvando quante più vite possibili.
Ci furono decine di episodi di abnegazione. Il milite ferroviario Edilio Acerbi, di Arquata Scrivia, meritò quel giorno un encomio dal Comando della 3a Legione di Genova. Si trovava negli uffici della Stazione al momento dell’incursione e fu tra i pochi fortunati a raggiungere il rifugio antiaereo. Ma fuori, sotto le bombe, una donna impazzita urlava di terrore. Per il giovane Edilio fu un attimo, uscire dal rifugio con il cuore saldo dei vent’anni, strappare quella donna dalle braccia della morte e trascinarla in salvo, con la divisa sporca di polvere, il berretto finito chissà dove, e la consapevolezza del giusto dovere compiuto.
Tristemente famoso l’episodio che riguarda i fratelli Piaggio. Entrambi avvocati, entrambi novesi, con caratteri e opinioni politiche diversissime. Mario era fascista. Pacato, ma convinto della bontà delle sue idee. Angelo, invece, era conosciuto per il suo scetticismo verso il regime. Lavorava negli uffici della Asborno S.p.a. di Ronco Scrivia, e non mancava di ironizzare sulle nostre forze armate, in segreto ammirava gli inglesi, non vedeva l’ora che vincessero la guerra. Quel giorno, sospinto da un oscuro presagio, abbandonò in fretta l’ ufficio. Muto, con difficoltà, giunse in Novi devastata, imboccò la strada ingombra di macerie. Vide le facce sconvolte dei superstiti, udì grida di dolore, si fece largo tra i soccorritori. La casa abbattuta lo vide affannarsi con le mani nude a rimuovere pietre, lo vide sporco e con l’ abito strappato, bloccarsi di colpo, lo sguardo angosciato. Afferrata la testa mozza del fratello Mario, l’avvocato filo-britannico Angelo Piaggio alzò gli occhi al cielo e si diresse urlando verso ciò che restava del centro di Novi, invano trattenuto da qualcuno. L’indomani, ingoiato l’enorme dolore, il Piaggio sarà tra i primi ad arruolarsi nelle Brigate nere, gettandosi anima e corpo nella lotta, dando a questa sua scelta estrema un significato di purificazione e vendetta. Morirà in camicia nera, fucilato dai partigiani a Cravasco di Campomorone (Genova).
La guerra proseguì, con il suo orribile tributo di sangue. Lotte partigiane, rastrellamenti, agguati ci furono anche per Novi. E, naturalmente, proseguirono i bombardamenti americani. Come quello del 28 agosto. Altre bombe e altri lutti si ebbero in via Roma e in via Cavour il 31 dicembre 1944, e ancora in via Orfanotrofio (ora via Marconi) il 6 aprile 1945. Questi ultimi morti – le solite donne e i soliti bambini – rimasero come un ulteriore peso sulle coscienze dei novesi. Mai una sola bomba fu tirata su un solo obiettivo militare. Mai sulle caserme, piene di tedeschi e militari della Repubblica sociale, mai sull’ aeroporto, mai sui magazzini e i depositi della Wehrmacht, ben noti a tutti, mai sui parchi di automezzi e sui depositi di carburante. E questo accanirsi contro obiettivi civili, contro innocenti ed inermi cittadini, sia pur enfatizzato dalla propaganda fascista, lasciò un segno profondo e non ebbe concrete smentite.
Forse fu anche per questo, se negli ultimi giorni di aprile del 1945, quando sfilarono i primi carri armati americani, che sancirono la definitiva fine del conflitto, furono pochi i novesi a scendere in piazza, e – le foto d’ epoca lo dimostrano – nessuno si sentì di festeggiare.
A ricordare quei tempi, quella stagione di morte venuta dal cielo, restano anche alcune lapidi affisse a cura del Comune. Una di queste, particolarmente toccante perché posta nell’atrio di un palazzo a pochi passi dalla Stazione, dove più infuriò la strage, recita così: «8 luglio 1944 – Antica porta della strada – ultima luce terrena a vittime innocenti di furioso bombardamento aereo – supplice grido perché la pace tra gli uomini cancelli ogni guerra dal mondo – per sempre».