Un tempo ormai passato, al termine della mietitura, si passava nel campo con il carro e si raccoglievano i covoni che venivano portati sull’aia dove si costruiva  un mucchio ordinato (risparmio il nome perché in ogni località aveva un differente appellativo) però alto.
Anticamente, però, prima dell’uso della trebbiatrice, i covoni venivano sparsi sull’aia e su di essi venivano fatti passare i buoi bendati in un continuo movimento circolare perché con gli zoccoli facessero uscire i chicchi di grano dalla spiga. Ma erano gli stessi uomini che facevano quel lavoro, sebbene con maggiore fatica, con dei bastoni snodati con i quali percuotevano le spighe. Per questo motivo l’operazione prendeva il nome di “battitura”. L’attesa della trebbiatrice era uno dei momenti più carichi d’ansia di tutta l’operazione perché forte era il timore che potesse piovere o grandinare o che, ipotesi peggiore, potesse sprigionarsi un incendio sempre possibile quando si aveva a che fare con un’enorme quantità di paglia secca.

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Dunque dicevamo, giungeva finalmente la macchina, sempre di colore rosso, tirata dal trattore; dietro erano trainate anche la scala per la paglia, quella per la pula; seguiva, per ultimo, il carretto degli attrezzi. Sistemate le due scale nei luoghi previsti, veniva “messa in piano” la trebbiatrice. Le tre macchine venivano poi unite al trattore tramite lunghe cinghie che trasmettevano ad esse il movimento. Gli uomini e le donne che erano, spesso in precario equilibrio, provvedevano a lanciare i covoni nella trebbiatrice tagliando prima quel fascio di steli che costituiva la legatura di ogni covone. In piedi sulla macchina c’era chi spingeva i covoni all’interno della trebbiatrice allargandoli in modo da dare ad essa la possibilità di lavorare a pieno regime senza lasciare spighe non “battute”.
Così da una parte si formava il pagliaio
mentre alla bocchetta della trebbia si alternavano i sacchi che venivano riempiti di chicchi. Ogni sacco, appena colmo, veniva portato sulla basculla per essere pesato. Qui si aggiustava il peso togliendo o aggiungendo grano e poi veniva chiuso e legato. La fatica, il caldo e la polvere richiedevano l’ingestione di molti liquidi: acqua in cui erano stati fatti macerare diversi limoni, ed anche vino tenuto in fresco in recipienti immersi nell’acqua del pozzo.
Inoltre, un simile dispendio di energie doveva essere bilanciato da numerosi pasti nella giornata.

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L’ora del pranzo costituiva anche una pausa consistente dal lavoro. Si stendeva all’ombra dell’albero più grande una striscia di stoffa bianca lunga diversi metri ed intorno a quella, a terra, si sedevano tutti gli operai.
Le pause per consumare i pasti erano anche momenti importanti per fare nuove conoscenze, per stare insieme; costituivano, nell’ambito della parentesi della trebbiatura – come era stata la mietitura – degli importanti momenti per socializzare e per uscire dal microcosmo del nucleo familiare e acquisire esperienze diverse.

Oggi, a distanza di anni, sono cambiati i metodi di lavoro. E’ richiesto poco o nulla di manodopera. Le macchine da lavoro sono grandi e sofisticate.

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Dalla paglia che ne risulta vengono prodotte grandi balle rotonde, soprattutto in pianura. nelle zone più collinari si usa ancora fare le balle rettangolari con le imballatrici.

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