In un secolo quanto sono cambiati i nostri paesi e le nostre cittadine a misura d’uomo. E quanto sono cambiati i mestieri. Molti, anzi, praticamente scomparsi. Ogni mestiere implicava e sottintendeva una professionalità, acquisita nel tempo, a costa di sacrifici, magari senza un compenso o, tutt’al più, compensata con una mancia, spesso simbolica attraverso la pratica (oggi si chiamerebbe ‘apprendistato’, però non c’è più).
Nei paesi, in ogni paese, poi, c’era il falegname, il ciabattino, c’era la sarta. Quasi tutte le ragazze adolescenti, andavano a cucire, più che in vista di una professionalità in futuro, per raggiungere una capacità ed una autonomia che permettesse loro di risolvere i piccoli problemi quotidiani. Poi c’era il ciabattino che non solo riparava le scarpe, ma le creava dal nulla. C’era il falegname, un altro artigiano-artista, il carradore e il fabbro ferraio che ferrava i quadrupedi, ma aveva una amplissima sfera di attività e di creatività: dai telai a porte e finestre, dalle serrature ai cancelli, agli stessi chiodi, E le lavandaie? Grazie alla fitta rete delle rogge, si sitemavano negli ‘scablei’ e lavare biancheria e il resto. Non dimentichiamo, infine il mugnaio, il cui ricordo è associato alla gigantesca ruota che affascinava noi bambini o il panettiere, dal cui forno usciva la fragranza del pane fresco ma ancora caldo.
Ma più spesso ogni famiglia aveva il proprio forno o, almeno, c’era un forno pubblico, comunitario, a disposizione di tutti gli abitanti.
E che dire di coloro che, ambulanti, esercitavano la loro attività lungo le strade, con il loro caratteristico richiamo? il mulita, il magnano, l’ombrellaio…
Certo, la storia va avanti ed è impensabile che si possa tornare indietro, ma rimane il fatto è che si è perso un patrimonio di conoscenze ed una preziosa professionalità che veniva trasmessa dagli anziani ai giovani, da una generazione all’altra.

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