Per illustrare la presenza Templare sul territorio piemontese occorre dare uno sguardo di insieme alla distribuzione geografica ed alle scelte insediative delle case, o magioni, scelte che avevano una finalità geografica ben precisa e coerente, atte a sfruttare i vantaggi che derivano dalla presenza di importanti nodi stradali o di corsi d’acqua. Esse derivavano dall’esigenza di adempiere in primis allo scopo per cui era stato fondato l’Ordine, e che riguardava la protezione dei pellegrini che intraprendevano lunghi viaggi verso i principali luoghi di culto, su strade per lo più infestate da delinquenti e malintenzionati, ed in secondo, ma non ultimo, per poter usufruire dei commerci e delle varie attività ad esso collegati. I corsi d’acqua, oltre ad agevolare le rotte commerciali, rappresentavano anche una fonte di sostentamento durante i lunghi periodi di quaresima che, in quell’epoca, arrivavano anche a 150 giorni all’anno.

Non facciamo l’errore di pensare che allora il traffico di passaggio  fosse dovuto solo ai pellegrini perché  lungo queste strade si svolgeva un traffico commerciale molto intenso e quindi i pellegrini si alternavano ai commercianti che viaggiavano per vendere e procurarsi nuove merci. Basti pensare che presso i valichi alpini, in prossimità degli sbarramenti doganali dove i viaggiatori erano costretti a sostare per il pagamento dei tributi, nacquero numerosi monasteri ed ospedali (vedi foto 2 e 3). Sovente esistevano all’interno di questi luoghi dei magazzini per il ricovero delle merci e dei veicoli.

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La Via Francigena in Piemonte

I valichi più frequentati per entrare in Italia erano il Moncenisio, il Monginevro, il Gran San Bernardo ed il Piccolo San Bernardo. Dal Moncenisio transitavano da e per l’Ile de France, la Champagne, la Borgogna, il Massiccio Centrale; dal Gran San Bernardo transitavano da e per la valle del Reno e Basilea, dalle zone della Champagne e della Franca Contea, dalla Borgogna e da Lione attraverso la valle del Rodano; dal Monginevro  da e per le zone del basso corso del Rodano attraverso la valle della Durance. Il Piccolo San Bernardo era molto frequentato fin dall’antichità e metteva in comunicazione la valle della Dora Baltea (Val d’Aosta) e la valle dell’Isère (Rodano). Rientrava nell’itinerario che da Roma, attraverso  la via Emilia, Pavia Vercelli ed Aosta valicava le Alpi  ed entrava in Val d’Isere portando a Grenoble e Lione.  Due luoghi avevano una importanza rilevante nelle Alpi occidentali ed erano Susa ed Aosta. A Susa confluivano sia dal Moncenisio che dal Monginevro, e ad Aosta confluivano le due principali strade per il Gran ed il Piccolo San Bernardo.

Inoltre al Colle di Tenda  transitavano sale,  acciughe e olio che erano molto preziosi e ricercati, mentre dal colle della Maddalena entrava in comunicazione la valle dello Stura con quella francese dell’Ubaye.

Una delle vie più importanti nel Medioevo fu la via Francigena che, nel tratto italiano, partiva dal Gran San Bernardo, scendeva ad Aosta, Ivrea, Vercelli, Pavia, oppure da Novara andava a Milano. Occorre anche precisare che numerose erano le sue diramazioni. I luoghi piemontesi che maggiormente furono interessati dal passaggio dei pellegrini, oltre alle già menzionate Aosta e Susa, furono  Ivrea, Vercelli, Novara,  Torino, Tortona, Alessandria ed Asti. Chieri e Testona erano importanti e molto floride in quanto si trovavano lungo i percorsi della via Francigena che convergevano verso la pianura tra Torino e la Val di Susa.

Bene, in tutte queste località sorgevano precettorie o mansioni Templari.

Le magioni situate lungo le strade di grande traffico nell’Italia del nord assomigliavano molto come stile e forme architettoniche a  quelle monastiche, sovente sorgevano su siti preesistenti che potevano poi assumere le forme di palazzi fortificati. La magioni rurali non erano in genere costruzioni militari  anche se papa Innocenzo III aveva autorizzato l’Ordine del Tempio a fortificarle. Le magioni e le precettorie urbane sorgevano invece o sulle strade maestre, presso le principali porte d’accesso alla città, o in luoghi strategici.

Il Piemonte non si presentava come lo conosciamo oggi, ma era diviso in quattro “Marche”, o marchesati. La più grande era la Marca Arduinica che comprendeva Susa, Torino, Alba ed Asti oltre a numerosi centri minori. Poi c’era la Marca Aleramica che comprendeva l’attuale Monferrato con le diocesi di Acqui e Savona, la Marca Obertenga con le diocesi di Tortona, Genova e Luni, e la Marca  Anscarica con le diocesi di Ivrea, l’area di Mortasa, la costa orientale del lago maggiore e, forse, di Lomello.

Siamo nel primo secolo dell’anno 1000, c’è già stata la prima crociata, la cavalleria ed i tornei sviluppano la mondanità e la vanità dei cavalieri. Bernardo di Chiaravalle desidera cristianizzare gli ideali cavallereschi e arringa le folle:

“E’ necessario lo sfarzo dei nobili cavalieri, per correre con lusso e spreco contro la morte affrontata con impudente stupidità? Le armi nemiche avrebbero forse avuto paura dell’oro, avrebbero rispettato gemme e non oltrepassato la seta? Sono necessarie solo tre cose: abilità, alacrità e circospezione; abilità nel cavalcare, prontezza nel colpire, circospezione nel guardarsi quando ci si recasse in terre e fra genti sconosciute”.

Nasce la necessità di un Ordine Cavalleresco che protegga i pellegrini, ma, al tempo stesso, professi quegli ideali di spiritualità ed ascesi cristiana che paiono essere dimenticati. Nasce così l’Ordine del Tempio di Gerusalemme che nel 1128 ottiene l’approvazione della Regola e San Bernardo, loro protettore, afferma:

“Esito a chiamarli monaci o cavalieri. Come meglio designarli che attribuendo loro entrambi questi nomi contemporaneamente, dal momento che non manca loro né la mitezza del monaco, né il coraggio del cavaliere?” Come tali essi devono condurre “un duplice combattimento” al contempo contro la carne e contro gli spiriti maligni diffusi nell’aria”. Ben diversa era la loro vocazione, e quindi anche il loro aspetto, se comparati a quelli dei combattenti del secolo. Dice ancora Bernardo: “Voi appesantite i vostri cavalli con tessuti di seta, coprite le vostre cotte di maglia con chissà quali stoffe, dipingete le vostre lance, i vostri scudi, le vostre selle, tempestate d’oro, d’argento e di pietre preziose i finimenti dei vostri cavalli. Vi adornate sontuosamente per la morte e correte alla vostra perdizione con una furia senza vergogna ed un’insolenza sfrontata. Gli orpelli sono degni dell’abito di un cavaliere oppure della vanità di una donna?”

 “… veramente senza paura e senza macchia è il cavaliere che protegge la sua anima con l’armatura della fede, così come copre il corpo con una cotta di maglia. Doppiamente armato, non teme né i demoni né gli uomini. Certamente colui che aspira alla morte non la teme e come potrebbe temere di morire o di vivere colui per il quale la vita è Cristo e la morte una ricompensa?”

Secondo  San Bernardo nel Tempio si realizza quindi la vera perfezione angelica nell’umiltà e nel sacrificio, nella concordia e nell’abnegazione.

Nel 1139 l’Ordine ottiene da papa Innocenzo II l’esenzione da qualsiasi giurisdizione laica ed ecclesiastica. L’unica autorità a cui devono rispondere  è il Papa. Sono composti da Cavalieri (nobili), scudieri (laici provenienti dalle classi borghesi) e sacerdoti o cappellani incaricati del culto.

I cavalieri dovevano per forza essere nobili e questo per un motivo estremamente pratico: non dimentichiamoci che erano guerrieri-monaci e per diventare un abile combattente occorrevano almeno 10 anni, quindi non c’era proprio il tempo materiale per addestrare dei nuovi soldati. Non solo si impegnavano a difendere e mantenere sicure le strade ed i pellegrini, ma dovevano anche albergarli nelle varie mansioni templari che si trovavano, come già detto, nei luoghi strategici di passaggio, assisterli per il cambio dei cavalli, la bardatura e la ferratura. Le rendite dell’Ordine venivano impiegate per finanziare e mantenere i crociati in Terrasanta, per opere di carità, per l’ospitalità dei pellegrini, per la manutenzione delle strade.

La prima documentazione ufficiale che abbiamo della presenza dell’Ordine in Italia risale al 1138 e riguarda la sede centrale di S.Maria dell’Aventino a Roma, ma, essendo scarsissima la documentazione di atti che riguardino i Templari, non possiamo escludere a priori date antecedenti.

Nella nostra regione la presenza dell’Ordine fu massiccia, e questo fatto trova spiegazione sia nella particolare posizione geografica, sia per il favore accordatogli da parte di alcune delle più importanti  famiglie feudali  tra cui ricordiamo i marchesi di Monferrato, i nobili astigiani Bergognino, i marchesi di Ponzone, i conti di Biandrate, i marchesi di Saluzzo, i vercellesi Bicchieri.  Non solo: alcuni di questi nobili occuperanno alte cariche in seno all’Ordine. Dai documenti risulta che buona parte dei Gran Precettori d’Italia, per esempio, appartennero a famiglie piemontesi e una fitta schiera di piemontesi furono precettori di case del Tempio in diverse località italiane.

A questo punto della ricerca sulla presenza Templare nella terra Piemontese cominciano a delinearsi tutta una serie di interrogativi a tutt’oggi irrisolti e che costituiranno il fulcro del lavoro che il Priorato di Piemonte, in stretta collaborazione con il Gran Magistero, ha già iniziato e porterà avanti con impegno.

Perché questo “assembramento” di magioni e precettorie Templari in Piemonte?  Perché la presenza massiccia della nobiltà piemontese alle Crociate, e che tanta importanza ebbe ai fini della storia, è quasi ignorata?

La partecipazione di alcune famiglie piemontesi fu molto importante. I Marchesi del Monferrato furono tra quelle che svolsero il ruolo maggiore in tutta la storia delle crociate. Si pensi che l’imperatore bizantino Manuele Comneno si rivolse a Guglielmo di Monferrato per offrirgli le nozze tra la propria figlia e uno dei figli del marchese. Un altro aveva già sposato l’erede al trono di Gerusalemme. Corrado di Monferrato fu considerato una delle figure più importanti delle crociate, fu l’unico occidentale di cui i bizantini ed arabi parlarono con rispetto; Corrado morì assassinato e la sua morte fu un “giallo” mai risolto. Infine Bonifacio di Monferrato fu il comandante della quarta crociata in cui si distinse  Oberto di Biandrate. E questo solo per sfiorare appena l’argomento che richiederebbe da solo di essere trattato approfonditamente.

Come sottolinea lo stesso Avonto nel suo celeberrimo “I Templari in Piemonte” molti dei Gran Precettori d’Italia e Precettori in genere vennero dalla terra di Piemonte, ed erano i rampolli delle dinastie che qui regnarono. Numerosi atti di compra-vendita venivano stipulati all’interno delle Precettorie dell’Ordine come testimoniano i documenti d’archivio, segno inequivocabile sia degli ottimi rapporti che intercorrevano tra il Tempio e la nobiltà del luogo, sia della fiducia di cui i Templari godevano.

Sempre l’Avonto cita un importantissimo documento del 15 settembre 1222, stilato in Vercelli, nella casa templare di San Giacomo d’Albareto, con il quale Frà Giovanni Lombardo, Gran Precettore di tutte le case del Tempio in Italia, nomina Frà Jacopo de Mellacio, precettore della stessa casa di San Giacomo,  come suo procuratore incaricato di rappresentarlo in tutte le cause e le liti allora in corso fra le mansioni Templari di San Giacomo d’Albareto, Santa Maria di Novara, Santa Maria de Isana, Santa Maria di Ruspaglia e San Nazario di Ivrea, da una parte, ed i podestà e i rettori dei comuni di Vercelli, Novara e Ivrea dall’altra. A tale atto viene registrata la presenza di Petri Marchionis de Puncono (Ponzone) come teste che assistette alla stesura dell’atto.

Un Marchese di Ponzone che presenzia in qualità di teste ad un atto così importante per l’Ordine  in una mansione Templare sta a significare l’esistenza di stretti rapporti tra questa famiglia e l’Ordine stesso e numerosi furono i suoi membri che ricoprirono le più alte  cariche all’interno del Tempio, ad esempio vi è un atto che certifica che Frà Bonifacio di Ponzone, precettore della casa di Santa Margherita ad Acqui nel 1244 partecipò a Piacenza ad un Capitolo Generale, mentre un altro Ponzone, Frà Enrico, viene ricordato in un atto del 7 ottobre 1252 come precettore delle case del Tempio esistenti a Pavia.

Per quanto riguarda i Monferrato troviamo Bonifacio che il 21 maggio 1227 risulta personalmente presente in “Ayralio Sancte Marie Mansionis Templi de Aste” cioè un edificio rurale della mansione di Asti, e perché è presente? Per ratificare il patto di alleanza da lui stipulato con il comune di Asti nel mese precedente. Non solo, sottolinea l’Avonto, fra i vassalli di Bonifacio che acconsentono all’alleanza ritroviamo anche lo stesso Pietro di Ponzone che già aveva presenziato a Vercelli e che abbiamo citato prima.

Questo riconferma, se mai ce ne fosse bisogno, lo stretto legame di fiducia  che esisteva sia a livello politico che  economico fra l’Ordine e la nobiltà.

Altro punto che non è stato ancora sviscerato nella sua pienezza riguarda i rapporti che intercorrevano tra gli Ordini Monastici, in particolare i Cistercensi, ma non solo,  ed i Monaci dell’Ordine, chi vi fosse veramente dietro la costruzione di determinate abbazie e duomi, vedi, ad esempio, quello di Casale.

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Il prof. Olimpio Musso ha anch’esso postulato, in una conferenza tenuta nella stessa Casale Monferrato, che solo l’Ordine poteva avere i mezzi economici necessari  per affrontare una spesa così ingente, e del resto la stessa presenza di due case all’interno dell’abitato più una a circa sei chilometri denota una massiccia presenza in loco, presenza che era numerosissima in tutto il Monferrato. Abbiamo notizia, ad esempio, di un accampamento a Sant’Emiliano, vicino a Murisengo, e nella stessa Murisengo si trova una torre, ultimo resto di un sottostante edificio che pare fosse un edificio religioso, torre che ha ben visibile un cosiddetto “nodo di Salomone”.

Vi è inoltre una presenza massiccia di edifici religiosi in provincia di Asti di architettura cosiddetta “Romanica” che sorgono su siti preesistenti di origine molto più antica, ricchi di simbolismo arcaico e che tutt’ora  sono luoghi di culto.

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L’Abbazia di Vezzolano

Per la precisione in un’area notevolmente ristretta la Soprintendenza ai Beni Culturali ha schedato 100 chiese romaniche, 43 ancora con la struttura romanica, 40 senza visibili tracce romaniche a causa dei restauri, 17 che conservano tracce sostanziali delle primitive costruzioni romaniche, senza tener conto di tutte quelle ormai scomparse da tempo. Alcune di queste chiese, le più importanti, hanno uno stile decorativo che pare frutto del lavoro delle stesse maestranze, maestranze che, secondo le più attuali ricerche, pare fossero monaci provenienti dall’Alvernia, in Francia, zona da cui arrivarono parecchi Templari, ne sono esempio lo schema delle facciate consistenti nel taglio orizzontale tangente l’estremità superiore del portale e le due semicolonne addossate che da terra salgono fino ad incontrarsi con il coronamento di archetti che delimita la parte superiore della facciata (come in Geza de Francovich, St.e Marie de Ripoll). E ancora le decorazioni realizzate con i diversi colori dei materiali da costruzione, l’arco oltrepassato che troviamo in S. Nazario,  l’uso della volta a botte portante direttamente la copertura del tetto e la decorazione di cornici a billettes, a scacchiera, elementi tutti che rimandano alle caratteristiche della cultura romanica dell’Alvernia.  Una osservazione: nella nostra continua esplorazione del territorio ed in particolare delle chiese romaniche presenti in esso, abbiamo avuto modo di leggere in diversi libri i pareri dei più autorevoli architetti che, a più riprese, hanno studiato accuratamente  la struttura, le decorazioni, gli impianti architettonici degli edifici Sacri. Ebbene…come in medicina non abbiamo rilevato due pareri uguali!!! In alcuni casi convergono su alcuni particolari, per la maggior parte sono distanti ed in disaccordo, altre volte si sono dimostrati, con l’andar del tempo, completamente errati. Per verificare queste nostre affermazioni basta leggere il volume “Le Chiese Romaniche delle Campagne Artigiane” edito dal Ministero per i Beni Culturali e Ambientali, dalla Soprintendenza per i Beni Ambientali  Architettonici del Piemonte, e dall’Amministrazione Provinciale di Asti, pag. 258-262, cap. “Il Romanico Monferrino ed Astigiano: il punto sul dibattito critico e presentazione di nuovi elementi di confronto di natura tecnico-costruttiva“. Che cosa intendiamo affermare con questo? La nostra non vuole essere certamente una polemica, semplicemente l’osservazione che continuando a cercare nel passato a “compartimenti stagni”, cioè l’architetto per l’architettura, lo storico per la storia, l’archeologo per i reperti, ecc.  ci si dimentica che le maestranze dei costruttori dell’antichità avevano sì una conoscenza tecnica, ma ne avevano altresì un’altra  Spirituale, la Scienza si sposava con la Coscienza, e non una sola incisione, non un solo colpo di scalpello era dato “a caso”, per semplice abbellimento, ma rappresentava ciò che il Capo-Mastro, su richiesta ed in contatto continuo con le Autorità Religiose  dell’epoca, richiedeva ai suoi scalpellini, e cioè la trasposizione sulla pietra dello Spirito, veri e propri libri di pietra, alcuni più belli e preziosi, altri più semplici e “rozzi”, ma non per questo meno pregni dal punto di vista simbolico,  e che ogni essere umano leggerà e interpreterà a seconda della propria coscienza Spirituale.

Il testo è tratto dal sito: http://www.ordinedeltempio.it/

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