Oggi, arrivando al paese di Sezzadio, ho scorto un nuovo cartello di benvenuti al paese e sotto di esso una dicitura: “Paese natale di Aleramo, capostipite della dinastia degli Aleramici”.

Allora condivido e mi rifaccio dell’utilità del blog www.e-borghi.com che mi viene incontro a spiegare il significato di questa scritta.

La leggenda di Aleramo e la nascita del Monferrato

Questa storia ha inizio a Sezzadio, nei pressi di Acqui Terme, dove Aleprando – nobile tedesco – e la moglie, in pellegrinaggio verso Roma, furono costretti a fermarsi nel castello dei signori del luogo perché la donna fu colta dalle doglie. Qui nacque Aleramo (dal volgare piemontese “Aler”, allegro). Dopo alcuni mesi i genitori ripresero il pellegrinaggio lasciando l’infante nelle mani di una balia e i due non fecero mai ritorno. Non si sa se sia a causa di un malanno o di un agguato lungo il cammino, ma di loro si persero le tracce. Nell’aspettare il ritorno dei genitori del nobile pargolo, anche la balia morì, quindi il piccolo Aleramo venne accolto dai padroni del castello di Sezzadio che lo crebbero come fosse loro figlio e lo educarono da vero cavaliere al punto da farne uno scudiero fra i più nobili della corte.

Nel mentre, l’imperatore Ottone I scese in Italia per sedare delle rivolte di nobili bresciani facendo diramare ai suoi fedeli una richiesta di appoggio. I Sezzadio non poterono rifiutare tale richiesta. Aleramo partì a seguito dei nobili della sua casata verso il campo dell’imperatore, perfettamente abbigliato. Dal fare gentile, parlar educato, di corporatura forte e di una bellezza che non passava inosservata, Aleramo si fece subito notare dall’imperatore il quale ne volle conoscere la storia. Tedesco di nascita ma lombardo di educazione, la triste storia del giovane scudiero toccò il cuore di Ottone I il quale decise di farlo entrare nella sua corte. Ma Aleramo, prestante com’era, non fu notato solo dall’imperatore ma anche dalle nobildonne della corte, in particolare da Adelasia, bellissima figlia dell’imperatore, la quale non cercò certo di nascondere la sua ammirazione. I due iniziarono a frequentarsi e, immancabilmente, nacque l’amore. Un amore impossibile, in quanto l’imperatore voleva la figlia in sposa a qualche nobile per sancirne nuove unioni politiche ma, sepppur Aleramo fosse titubante della trovata, Adelasia convinse l’amato a fuggire lontano e una notte, vestiti con abiti poveri e montando rispettivamente un cavallo bianco e uno rosso, i due scapparono.


Alla scoperta della loro fuga, Ottone I, adirato, scatenò una caccia che spinse i fuggiaschi nelle terre dove Aleramo aveva trascorso la sua infanzia facendo perdere le loro tracce. I due amanti si rifugiarono in un bosco su un colle nei pressi delle terre dei Sezzadio (da dove si poteva vedere Lamio, quella che oggi è conosciuta come Alassio in onore della vicenda di Adalasia) ma non avevano cibo e la caccia scarseggiava. Un giorno Aleramo scoprì un accampamento di carbonai ai quali chiese del cibo in cambio di aiuto. Questi furono ben lieti di assecondare tale richiesta in quanto il lavoro certo non mancava. Il giovane divenne dunque carbonaio e vendeva il suo prodotto al mercato di Albenga mentre la bella Adalasia, che era brava nel ricamo, vendeva i suoi lavori alle donne della riviera. Un giorno, il giovane carbonaio si trovò a vendere carbone al vescovo di Albenga il quale ne notò subito i modi eleganti e gentili, quindi decise di farlo entrare nella sua servitù come aiuto cuoco. I due amanti erano riusciti a trovare la loro tranquillità lontano dalle ricerche dell’imperatore. Passò qualche anno e nel frattempo Aleramo e Adelasia ebbero 4 figli.

Al ritorno del nipote, l’imperatore volle conoscere l’identità di quel cavaliere ma Aleramo non voleva sapere di mostrarsi al suo sire, sporco e in abiti poveri com’era, senza contare la pregressa fuga con la figlia. Fu dopo mille insistenze del vescovo di Albenga che il cavaliere si mostrò a Ottone I, il quale invece di mostrarsi iracondo, lo abbracciò con grande tenerezza e volle sapere tutto ciò che avvenne da quando si era allontanato dalla corte. Alla fine del racconto volle immediatamente riunire la sua nuova famiglia, anche perché scoprì di essere nonno di altri quattro nipoti, nominandoli tutti, Aleramo incluso, cavalieri. Consegnò quindi loro un vessillo della milizia con una balzana rossa e bianca (ricordate i due cavalli?) che doveva essere simbolo della fede e del valore di tutti gli eredi della famiglia di Aleramo. Ci furono diversi giorni di festa.

Sconfitti i bresciani, Ottone I decise di dare ad Aleramo e i suoi figli il titolo di marchese e concesse loro il possesso di tutte le terre, delle quali il prode poteva tracciar confine a cavallo in 3 giorni e 3 notti, tra la Liguria e il Piemonte. Aleramo prese con sé 3 cavalli tra i più veloci e partì senza concedersi sosta ma fu durante il secondo giorno che uno dei cavalli morì per lo sforzo. Sempre lungo la corsa, in una zona disabitata, il cavallo sul quale montava perse un ferro e senza un fabbro era un bel problema. Ma usando un mattone come martello, Aleramo rimise in sesto il ferro e ripartì compiendo un’incredibile corsa. Coprendo un perimetro di oltre 400 chilometri, il marchese percorse le contrade intorno a dove poi sorsero Alessandria, Savona e Saluzzo.

In piemontese volgare, mattone si diceva “mun” e ferro “frrha”, quindi, “munfrrha”. Nacque così il territorio del Monferrato, che la famiglia di Aleramo dominò con saggezza rendendo ricche e importanti quelle colline aride.

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